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Sostanze stupefacenti. Anche gli animali ne fanno ...

Sostanze stupefacenti. Anche gli animali ne fanno uso

Proprio così. Quella che pensiamo sia una prerogativa esclusivamente umana, è invece un’abitudine anche animale. Quello che è stato maggiormente studiato in tal senso è il gatto che, oltre, l’erba gatta (Nepeta Cataria), sviluppa una dipendenza verso il camedio maro (Teucrium Marum) e la valeriana. La prima è un afrodisiaco per maschi e femmine; la seconda un potente allucinogeno.

La capra ci ha insegnato a prendere il caffè. È stata lei infatti a scoprire gli effetti eccitanti delle bacche, spingendo successivamente l’uomo a provarle. Lo stesso ha fatto con le foglie di Khat (Catha edulis Forsk, famiglia delle Celastraceae) in Etiopia e nello Yemen, la cui masticazione ha effetti euforico-eccitanti, e con il fagiolo del mescal, il seme della Sophora secundiflora che provoca stati allucinatori.

Gli elefanti sono degli “ubriaconi”: aspettano la maturazione dei frutti di diverse specie di palme per poi cibarsene. Dopo la fermentazione il frutto diventa alcolico e la sua ricerca e il suo consumo è intenzionale. Motivo per il quale in India questi animali servono per stanare distillerie clandestine. L’effetto dell’acool sugli elefanti può causare qualche incidente, dato che l’animale diventa ipereccitato, perde la coordinazione motoria, si impaurisce facilmente e diventa molto aggressivo.

E soggetto a sbornia è anche il pettirosso americano che si nutre “smodatamente” delle bacche dell’arbusto California Holly. Risultato? Storni di uccelli che volano in modo caotico, che si divertono a rincorrersi e giocano tra di loro. Qualcuno giace al suolo intorpidito sbattendo le ali. Nulla di grave se non fosse per i predatori che approfittano del momento. Non sono da meno i cervi volanti che si ubriacano con la linfa in fermentazione delle querce e smaltiscono la sbornia dormendo.

Ricci e lumache, invece, sono ghiotti di vino. È questo, infatti, un modo per attirarli: i primi sono grandi alleati per proteggere gli orti dall’attacco di larve e insetti; le seconde vanno allontanate dalle piante e questo è il modo più biologico per disinfestare.

Le renne preferiscono i funghi. L’amanita muscaria (Agarico muscario), che si trova nelle foreste di betulle, provoca momenti goliardici tra gli animali che si rincorrono in maniera scoordinata, ciondolando visibilmente la testa e isolandosi dal branco, cosa che mette peraltro in pericolo sia loro che i piccoli. Stesso effetto è dato anche dall’urina dei conspecifici che contiene un’alta percentuale di sostanza inebriante.

Cinghiali e mandrilli sono ghiotti di Iboga (Tabernanthe iboga Baill, famiglia delle Apocynaceae) dagli effetti allucinogeni. Le radici verrebbero utilizzate per aumentare la potenza e attutire il dolore durante un combattimento per stabilire la supremazia o la conquista di una femmina. Le scimmie cappuccino, invece, cospargono il loro manto con tanti millepiedi (l’Anadenobolus monilicornis) per ottenere uno stato di eccitazione, probabilmente causato da qualche principio psicoattivo delle piante di cui il millepiedi si ciba.

Ma gli animali utilizzano le piante anche per automedicarsi. L’erba, per esempio, è utilizzata come vermifugo e depurativo per cani e gatti, mentre la terra come disintossicante da scimmie e uccelli. Le foglie delle Asteraceae contengono un agente antibiotico utilizzato dagli scimpanzé della Tanzania; origano e ruta sono disintossicanti per tartarughe e donnole dopo aver mangiato un serpente e per quest’ultimo il finocchio stimola la vista. L’orso, infine, dopo il letargo deve recuperare la funzione intestinale assopita e lo fa grazie all’assunzione dell’aro selvatico.

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